Rocco's profileECCO IL CAPITANO !!!PhotosBlogLists Tools Help

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    June 26

    E l'inter acquista....Del Piero

    Del Piero all'Inter. I tifosi della Juve, però, stiano tranqulli perché non si tratta dell'Alex nazionale. A vestire la maglia nerazzurra, infatti, sarà Jago Del Piero, 14enne italo-brasiliano acquistato dal Treviso. Il giovanisismo omonimo di "Pinturicchio" quest'anno ha giocato con i Giovanissimi regionali segnando 24 gol, oltre a tre partite anche con i Giovanissimi nazionali, con i quali ha realizzato una marcatura.

    Jago può giocare sia come seconda punta che come trequartista. "E' completo tecnicamente. Ha lo stile di gioco di Alex, quella stessa posizione", ha detto il suo allenatore Rinaldo Cavasin.

    Un colpo firmato Piero Ausilio, il ds delle giovanili interiste, che già aveva portato a Milano tal Mario Balotelli...

    Aria di rivoluzione

    Cari amici e nemici,
    la sensazione è che con l'ingaggio di Mourinho l'Inter abbia deciso di darsi una struttura all'inglese per quel che riguarda il calcio mercato.

    Quel che non riuscì a Mancini, sembra possa riuscire al tecnico portoghese: emarginare gli uomini mercato di via Durini e prendere decisamente in mano tutte le operazioni che riguardano il mercato, almeno ad alto livello.

    C'è un po' rimasto male Mourinho nel vedere le difficoltà che l'Inter trova nel trattare certi giocatori: Dany Alves è finito al Barcellona, Konko al Siviglia mentre per Mancini, una trattativa semplicissima visto che lui vuole andare all'Inter e la Roma può venderlo solo all'Inter, i tempi si allungano.

    Certo che Mourinho, almeno per ora, non saprebbe come districarsi nel labirinto del mercato di casa nostra, ma ad alti livelli (l'esperienza del Chelsea dove faceva e disfaceva a volontà) sa muoversi benissimo, sicuramente più del direttore generale Paolillo e di Marco Branca….

    E allora, visto che l'obbiettivo principale è Lampard, è volato a Londra per trattare direttamente con il Chelsea e con il giocatore.

    Il problema non è capire se Lampard sia adatto all'Inter o meno (migliorerà la squadra, ma senza cambiarla, questo è ovvio…) , ma accertarsi che tutto sia fatto a puntino per dare alla società una struttura sul mercato che possa muoversi con efficienza.

    Uno degli obbiettivi di Mourinho era Essien, ma l'operazione è morta sul nascere perché per il ghanese il Chelsea chiedeva in cambio Maicon e Balotelli, giocatori che per il momento l'Inter ritiene incedibili.

    Lampard comunque è un giocatore che "ha già dato", così come Ronaldinho che il Barcellona ha buttato nella discarica assieme a Eto'o e Deco e che il Milan cerca di prendere non tanto per cambiare la squadra, ma per calmare quella parte di tifosi che temono seriamente che la squadra ormai sia diventata di seconda fascia, non soltanto sul mercato.
    In ogni caso se il Milan vuole per Ronaldinho conclude in dieci minuti.
    Tutto il resto è aria fritta.
    June 24

    Ma Lippi è l'uomo giusto?

    E' tutto già scritto, forse scontato: Marcello Lippi al posto di Roberto Donadoni. La staffetta, il cittì campione del Mondo che va a sostituire il cittì che ha preso il suo posto -per esilio volontario- due estati fa, dopo la notte di Berlino. Cinque rigori francesi allora, cinque rigori spagnoli oggi cambiano la vita, le prospettive e la voglia -mai nascosta dai vertici della Federcalcio- di riaffidare la Nazionale alle mani del tecnico viareggino. E' stato capace di far rendere al massimo il gruppo azzurro, lo rifarà (si spera) sulla traccia del Mondiale 2010, teatro delle operazioni il Sudafrica.

    Giusto che vada così? Beh, partiamo da Donadoni. Il suo biennio non lascia rimpianti: ha fatto la sua parte, cominciando molto male, continuando benino e poi bene, e finendo nel vortice europeo senza infamia e senza lode, con una Nazionale da sei in pagella, niente di più. Con i sei, non si va lontano. Una difficile eredità del dopo-Lippi, qualche campione che si è spento, una convinzione che non è mai stata tale; diciamo un azzurro poco vivace, un tramonto prevedibile. Si volta pagina.

    E la nuova pagina, appartiene (dovrebbe appartenere) a Lippi. Dopo un anno di sosta volontaria, si è rimesso in corsa, ha rinunciato a opzioni gloriose in qualche club di primo livello (si è molto parlato di lui alla Juve un'estate fa e al Milan), ma ha preferito esentarsi da impegni, in attesa... L'attesa di un ritorno alla Nazionale. Come tale sia il benvenuto, ma con qualche controindicazione all'uso, perché Lippi che rientra dopo due anni, col Mondiale già vinto e dopo aver fatto incetta di tutto, ma proprio di tutto, con la Juventus, può anche risultare un cittì non preparato ad avere la "fame" che si dovrebbe, quella che aveva fra il 2004 e il 2006, dovendo dimostrare di saper camminare -e molto bene- senza il supporto di un club come la Juve. Bravura, tenacia, competenza, fantasia e lunga esperienza sono le sue virtù: qualità che però si possono anche spegnere, un poco ma quanto basta per scrutare il mondo azzurro con altri occhi.

    Non vogliamo dire che la scelta-Lippi sia sbagliata. Piuttosto che sarebbe stato meglio -ancorché difficile, per i tempi di scelta ristretti- coniugare la rifondazione della Nazionale con il tecnico che più ha saputo mostrare, in un club, le doti del grande cittì: Carlo Ancelotti. Per le sue straordinarie qualità professionali e umane, nel saper fare gruppo e nel far giocare la squadra; per la sua competenza a livello internazionale, maturata da calciatore e da allenatore; per i mirabolanti risultati del Milan in Champions League, che sono l'eccezione di un calcio italiano altrimenti maltrattato nell'ultimo quinquennio. Perché Ancelotti -ne siamo convinti-  è l'uomo più giusto da porre su quella panchina, anche come prospettiva di lunga durata.

    Ora, il Milan ha fatto i suoi calcoli: definitivi, da quel che risulta. L'operazione Lippi-Milan e Ancelotti-Nazionale era preparata per la primavera, qualora l'Italia non avesse centrato l'obiettivo della fase finale dell'Europeo. Dopo, non si poteva (forse) fare altro. Dopo, si cerca la strada sicura del ritorno di Lippi, una strada che a noi non sembra la migliore. E comunque destinando a Carlo Ancelotti il posto su questa panchina azzurra. Gli spetta. E presto.

     

    ELIMINAZIONE MERITATA PER LA PICCOLA ITALIA

    Un'Italia stanca. Così mi è parsa la nostra nazionale contro la Spagna. Un'Italia che non ha cercato l'inserimento, la velocità, la percussione. Un'Italia a metà, insomma: non certo la squadra vista contro l'Olanda, ma nemmeno una formazione formato mondiale. Diciamocela tutta: la Spagna ha meritato.

    Ho poco da rimproverare a Roberto Donadoni, in questa (forse) sua ultima partita in azzurro: la formazione è stata azzeccata in quasi tutte le sue unità. Forse Camoranesi dal primo minuto avrebbe dato qualcosa in più rispetto a Perrotta, scarico e senza idee. E forse sarebbe anche stato giusto concedere un pò di riposo a Luca Toni e regalare una chance importante a Borriello o Quagliarella: il "tedescone" giunge da una stagione fisicamente massacrante e ne ha recato il segno durante questi Europei.

    Il problema centrale, però, è stato il centrocampo. E' in mezzo al campo che abbiamo perso la partita. Orfani delle idee di Pirlo siamo apparsi prevedibili: né Ambrosini (impreciso), né Aquilani (troppo timido), né De Rossi (stanco), hanno saputo cancellare il rimpianto per l'assenza del centrocampista del Milan che, in questa partita, sarebbe stato indispensabile per trovare lo sfondamento per vie centrali. 

    Mi aspettavo qualcosina in più da Cassano, che ha sbagliato troppi passaggi e si è mosso col contagocce. Toni, come dicevamo in precedenza, è apparso stanchissimo ma è stato molto generoso cercando di reggere da solo il peso dell'attacco. Benissimo, invece, Chiellini, che sotto tanti punti di vista mi ha ricordato il Cannavaro mondiale. Un giocatore che, in futuro, si rivelerà importantissimo per questa nazionale. 

    Un plauso, invece, alla Spagna, meritevole semifinalista di questi Europei: una squadra finalmente matura e capace di reggere, anche psicologicamente, l'urto azzurro. Se la vedrà con la Russia, che ho apprezzato molto e che secondo me gioca il miglior calcio di questo Europeo. Un "bravo", infine, al centrocampista iberico Silva, preciso negli inserimenti e letale nel tiro. Proprio quello che sarebbe servito a quest'Italia, coraggiosa ma "dimezzata". 

     

    June 22

    RUSSIA, COME SI GIOCA IN PARADISO!!

    Ecco come si gioca in paradiso, tra i cherubini e i serafini. La Russia ha tolto definitivamente la maschera contro l'Olanda, ha vinto 'solo' ai supplementari e 'solo' per 3-1 una partita dominata atleticamente, tatticamente ed anche e soprattutto sul piano tecnico.

    Ecco la novità, il valore aggiunto al lavoro straordinario di Guus Hiddink: il quoziente qualità, che è cresciuto vertiginosamente dopo il ritorno di Arshavin, che aveva saltato per squalifica le prime due partite, quella persa male con la Spagna e quella vinta, ma giocata così così, contro la Grecia. Lo scacchiere dello stregone olandese ora ha la forza dell'acciaio che è poi la materia prima del suo centrocampo, che ha la diga nell'esperto Semak, la velocità nelle accelerazioni  sulle corsie di Zyryanov e di Saenko (una delle grandi creazioni di Hiddink: è l'unico che gioca all'estero), e la capacità di creare appunto con Arshavin, l'uomo che detta i tempi in attacco, che ha visione di gioco e che salta quasi sempre l'uomo.

    E' lui il faro e chi paragona questa Russia (e lo Zenit San Pietroburgo, che ne rispecchia la fisionomia nel calcio di club) alla grande Dynamo Kiev lo deve accostare al grande Oleg Blochin. Quest'anno ha già vinto, da leader, campionato russo, Coppa Uefa e, in caso di successo russo all'Europeo, lo si deve prendere in considerazione anche per il Pallone d'oro.

    La squadra di Hiddink ora dev'essere considerata la favorita anche perchè ha giocatori freschi come rose, visto che il nuovo campionato russo è cominciato in primavera, mentre gli avversari arrancano, usurati da una stagione infinita. Una condizione atletica che, evidentemente, non si ritrova nemmeno saltando una partita, come hanno fatto i titolari di Portogallo e Olanda, guarda caso eliminati e maltrattati (sul piano atletico) dai rispettivi avversari, tedeschi e russi.

    La pausa, alla fine, è servita per farli uscire, anche mentalmente, dall'inerzia dell'Europeo, basti vedere quanto tempo hanno impiegato gli orange per entrare in partita nel loro quarto di finale. E chissà che anche la Spagna, che aveva fatto riposare tutti i titolari contro la Grecia, non finisca fuori giri allo stesso modo contro gli azzurri che, invece, vivono con l'adrenalina addosso dal primo attimo del loro torneo.

    June 17

    ITALIA 2-FRANCIA 0...SIAMO AI QUARTI

    Siamo ai quarti. L'Italia passa. Battiamo la Francia 2-0, mentre l'Olanda vince 2-0 e sbatte fuori dall'Europeo la Romania. Il miracolo di Berna ha le movenze di Klaas Jan Huntelaar e Van Persie. Quelle di Zurigo la classe di Pirlo, che infila su rigore, e la potenza di De Rossi che fissa il risultato. Siamo ai quarti al termine di una vera battaglia, dove la Francia perde per infortunio Ribery dopo 8' e Abidal, espulso al 24' del primo tempo. Partita che alterna emozioni con quelle di Berna, e che alla fine fa crollare solo le speranze dei francesi.
    DUE CAMBI - Con la Francia Roberto Donadoni fa due cambi e lancia Gattuso e Cassano. Il c.t. schiera il 4-3-2-1 , con Perrotta affiancato al barese, alle spalle di Toni. Sulla linea mediana il tecnico fa la scelta giusta: Gattuso e Pirlo sulle corsie, De Rossi al centro. Confermata invece la difesa: Zambrotta e Grosso esterni, Panucci e Chiellini centrali. La formazione migliore, direbbe il c.t.. Sicuramente più competitiva di quella schierata da Marco van Basten a Berna contro la Romania. Domenech, ferito dagli "oranje" rinuncia a Thuram, affidandosi ad Abidal in mezzo alla difesa. In panchina anche Sagnol e Malouda che lasciano il posto a Clerc ed Evra. In attacco rientra Benzema.
    RIBERY K.O. - La feroce partenza della Francia è uno specchietto per le allodole, perché l'Italia ribatte e risponde per le rime. Giochiamo bene. Abbiamo idee brillanti. Già al 4' potremmo passare. Toni lanciato da Grosso spreca dal limite solo davanti a Coupet, aggiungendo una nuova tacca alle occasioni sprecate finora all'Europeo. Ma siamo solo all'inizio. All'8' la Francia perde Ribery. Il fuoriclasse del Bayern abbandona per un infortunio al ginocchio sinistro dopo un contrasto con Zambrotta. Domenech lo sostituisce con Nasri al 10', ma perde almeno il trenta per cento della sua forza penetrativa.
    LA CHIAVE - Qualità che non manca all'Italia, che infila occasioni a valanga. All'11' Panucci sfiora di testa; splendida la reattività di Makelele che respinge sulla linea di porta, anticipando Coupet ben piazzato. Due occasioni nette per gli azzurri che spingono e giocano bene. Al 22' Pirlo scodella in area per Perrotta che manca l'aggancio. Al 25' l'episodio chiave. Toni viene travolto da Abidal al centro dell'area: rigore netto che Michel concede, accompagnato dall'espulsione del francese per fallo da ultimo uomo. Pirlo va sul dischetto e non sbaglia. Per Domenech si impone una nuova sostituzione per ridare equilibrio alla difesa. A uscire è proprio Nasri che lascia il posto a Boumsong.
    TONI SPRECONE - E' azzurro profondo. Al 27' De Rossi sfiora la traversa, al 28' Toni, imbeccato da Cassano, su rovesciata sfiora il palo alla destra di Coupet. Al 29' Pirlo giganteggia e invita ancora a nozze Toni che, pesante come il granito, con la punta del piede spreca a lato. La Francia ha un'impennata d'orgoglio con il suo capitano Henry; il diagonale è tagliente, ma si perde sul fondo alla destra di Buffon. I bleus alzano il baricentro sfruttando classe e potenza nonostante l'inferiorità numerica. Ne approfittano per salire in cattedra i mediani di razza: De Rossi che fa lo stopper aggiunto, e Gattuso, ringhioso su tutte le palle. Proprio De Rossi subisce fallo al limite al 44'. La punizione la batte Grosso e la palla si stampa sul palo. Chiudiamo in vantaggio il primo tempo, mentre Olanda e Romania vanno al riposo sullo 0-0.
    E' FATTA - Nella ripresa la Francia parte forte, imponendo la sua personalità. Al 5' Benzema scarica un bolide oltre la traversa; al 7' Henry impegna a terra Buffon. Subiamo troppo in mezzo, dove i transalpini fanno sentire tuttra la potenza fisica di Makelele e Govou. Donadoni toglie Pirlo per Ambrosini, sostituzione inspiegabile poiché l'autore del gol era diffidato e, ammonito, non potrà giocare l'eventuale quarto. Poi da Berna arriva la notizia del gol di Huntelaar e improvvisamente l'orizzonte cambia. L'Italia trova il raddoppio con De Rossi, la cui punizione viene deviata da Henry. Camoranesi prende il posto di Perrotta, Domenech tenta la disperata mossa Anelka per Govou. Pressione totale, ordina l'eccentrico allenatore catalano. Per niente facile con l'uomo in meno, eppure al 29' la Francia sfiora il gol. Bellissimo il fendente di Benzema; spettacolare la deviazione di Buffon che si guadagna la pagnotta. Al 93' il fischio finale di Michel. Azzurri, disfate le valigie: si resta a Vienna.
    June 10

    La notte dei morti viventi

    Cari nemici e amici,
    prevedere che il blocco del Milan (straordinario quando è in forma e supportato da Kakà e Seedorf) potesse contrastare una squadra non eccezionale ma tonica, era da incoscienti o da presuntuosi.

    Il campionato aveva detto chiaramente che Gattuso era impresentabile, che Materazzi poco più di una sciagura e che Barzagli era stato uno degli artefici del pessimo campionato del Palermo, ma Donadoni non ne ha voluto tener conto.

    Gli azzurri ad un certo punto sembravano tanti zombie, capitati casualmente in un campo di calcio e solo quando è arrivata un po' di freschezza (Grosso, Del Piero e Cassano) sono quasi diventati una squadra di calcio.

    Gli errori di valutazione di Donadoni sono stati talmente macroscopici da far dubitare seriamente delle sue capacità di gestire una Nazionale di così grande prestigio e tradizione.

    Ignorare De Rossi, che della Roma è stato il miglior giocatore, oltre che il leader si è dimostrata una mossa suicida: uno si chiede come mai sia stato dimenticato anche Aquilani che nella parte finale del campionato ha mostrato una vivacità atletica fuori del comune.

    L'Italia non è ancora fuori dall'Europeo, ma se anche contro la Romania dovesse mostrarsi così accidiosa e con scelte ancora una volta sballate, sarà la fine ingloriosa della nostra avventura.

    Contro l'Olanda è stata talmente inguardabile l'Italia da Buffon (colpevole sul primo gol di aver respinto di pugno un metro fuori dalla linea dell'area dio porta) a Toni, talmente impacciato e pachidermico nei movimenti da far pensare al peggior Vieri dell'ultima stagione.

    Un paio d'ore prima si era vista la Francia, altra grande attesa di questi Europei.

    Senza una direzione arbitrale partigiana avrebbe finito in dieci come minimo e avrebbe perso contro una Romania che si è dimostrata molto abile nel difendersi.

    Benzema ha deluso, come Toni, due degli attaccanti da quali si sperava qualcosa di buono.

    Sinora chi ha mantenuto le promesse è stato Cristiano Ronaldo, dimostratosi ancora una volta un super.

    Molto bene Podolsky, uno che i g9ol li sa fare, è veloce e buona visione di gioco, eppure il Bauern vorrebbe venderlo: sarebbe un'ottimo investimento (ha solo 23 anni) per qualsiasi squadra italiana, nessuna esclusa…

    Adesso tocca alla Spagna di Fernando Torres.

    Squadra da vedere con attenzione perché potrebbe essere il nostro avversario nei quarti, nel caso dovessimo qualificarci.

    Donadaoni stecca la prima

    L'esordio dell'Italia all'Europeo 2008 è un disastro che nessuno avrebbe potuto immaginare. Gli undici azzurri, mai veramente concentrati in campo, insaccano un pesantissimo 3 a 0 che ora complica non poco la strada verso il passaggio del turno. Non c'è alternativa: da qui in avanti dobbiamo vincerle tutte.

    FORMAZIONE SBAGLIATA - Il primo errore, senza dubbio, è stata la formazione schierata da Donadoni dal primo minuto. Panucci e Zambrotta, costretti a spingere e non in grado di rientrare con prontezza, hanno spesso obbligato uno dei due centrali al movimento verso l'esterno. Gli spazi per gli olandesi in mezzo all'area, di conseguenza, sono diventate vere e proprie praterie: una passerella perfetta per gli inserimenti spesso letali degli Orange.

    FRAGILITA' MENTALE - Una debolezza difensiva, quella mostrata dagli azzurri, causata forse anche da una mancanza di tranquillità mentale. Dopo il gol di Van Nistelrooy - peraltro, secondo me, irregolare - gli uomini di Donadoni hanno giocato con un vero e proprio "macigno" sulla testa, dimostrando di avere poche idee e, oltretutto, confuse. Il risultato finale è fin troppo pesante: siamo stati anche molto sfortunati. Nel secondo tempo Donadoni ha azzeccato i cambi, ma avrebbe fatto meglio ad affrettarli invece che attendere così tanto. Del Piero e Cassano, infatti, hanno dimostrato di avere le carte in regola per fare bene.

    CONSIGLI PER IL CT - La prossima partita contro la Romania sarà cruciale. La squadra di Piturca è un avversario temibile, nella gara contro la Francia ha dimostrato di avere fegato. I bleus, da parte loro, non hanno certo impressionato, ma il loro reale potenziale dei è un altro. I miei suggerimenti a Donadoni per la partita contro la Romania: giochino dal primo minuto Del Piero De Rossi, che è in grado di fornire più copertura in area in fase di rientro. Un plauso, infine, a Gigi Buffon, che ha sbagliato il rinvio sul primo gol ma ha salvato il risultato in almeno altre tre occasioni. Da vero capitano.

    Loew, il genio della lampada tedesca

    Della coppia mondiale Klinsmann-Loew il primo era l'uomo-immagine, il comunicatore, la bella faccia per le vecchie signore, ed il secondo lo stratega, il tattico. Ora che l'ex interista ha raggiunto la panchina del Bayern, tutto il peso della nazionale tedesca è sulle spalle di questo 'dottor sottile' che era entrato nel mito il giorno del quarto vinto contro l'Argentina.

    Nel breve intervallo prima dei rigori aveva infatti infilato nei calzettoni di Lehmann le istruzioni sui tiratori sudamericani perchè lui, nel suo computer, ha un database praticamente infinito, che va dalla serie A alla Z di tutti i campionati del pianeta. Per battere la Polonia ha invece scelto la strada dell'agilità, per non correre il rischio di cozzare contro una difesa ben piantata (anche se non lucida nell'applicare la tattica del fuorigioco) e poco disposta a dare spazio a paracarri come Klose e Gomez.

    L'idea di piazzare, sulla linea di centrocampo, scattisti come Fritz (a destra) e Podolski (a sinistra, ma con la facoltà di inserirsi il più possibile nel traffico d'area), è stata in definitiva la chiave di volta della partita. Coperta alle spalle dal solito Frings in materiale antiurto ed illuminata dai suggerimenti di Ballack, la trazione anteriore inserita a questa Germania dal signor Loew ha prodotto falle nella difesa polacca, pasticciona nell'occasione dei due gol, ma spesso in difficoltà.

    I due gol senza esultanza di Podolski, polacco di nascita, sublimano la scelta del cittì  che, durante la stagione, si era più volte lamentato del ruolo marginale riservatogli al Bayern da Hitzfeld che non aveva mai voluto alterare lo schema consolidato d'attacco Toni-Klose relegandolo tra le riserve senza speranza.

    Loew aveva chiesto pubblicamente di dare più spazio a Podolski (per non portare poi in nazionale un panchinaro a vita della Bundesliga) ma, a conti fatti, deve apprezzare il fatto di avere a disposizione un giocatore fresco some una rosa, integro, ed in più rabbioso ed a caccia di rivincite. L'Europeo è lungo e complicato, ma il mago della Foresta Nera ha già azzeccato la prima mossa.

    Portogallo, che sia la volta buona??

    Due gol, tre pali, una rete (regolare) annullata: davvero difficile pretendere di più da una squadra all'esordio europeo. Difficile pretendere di più da questo Portogallo che è riuscito a scrollarsi di dosso una Turchia tignosa, schierata da Terim con tante trappole per i fantasisti ed una gabbia (con raddoppio sistematico e, a volte, addirittura la tripla marcatura) su Cristiano Ronaldo.

    Un altro Portogallo, come quello di 4 anni fa o di tante altre occasioni importanti, si sarebbe perso ruminando gioco con i suoi piedi buoni a centrocampo ma senza sbocchi. Questa volta, invece, l'impressione è buona, sia per la ritrovata concretezza (merce rara da quelle parti) che per l'atteggiamento degli uomini di Scolari, capaci di imporre, ad avversari muscolari, i loro ritmi, dettati da un Deco ufficialmente acciaccato ma in realtà mai tanto ispirato (sperando che il Barcellona non se ne accorga, fatevi avanti, operatori di mercato italiani), almeno in tempi recenti. Il dinamismo intelligente di Moutinho è sembrato il valore aggiunto, Simao si è trasformato spesso e volentieri in un missile, imprendibile,  ma negli spazi sono entrati anche uomini delle retrovie, su tutti Pepe, vero match-winner: inappuntabile in difesa e pronto a sovrapposizioni e triangoli, come quello che ha portato al gol che ha spezzato in due la partita.

    Colpisce, quindi, la varietà delle soluzioni a disposizione di Scolari ed anche se il centravanti Nuno Gomes non ha trovato il gol (ma ha firmato due pali e l'assist vincente) il nuovo Portogallo è riuscito, almeno una volta, a verticalizzare con l'uomo in più, il rincalzo Meireles, pronto ad infilare praticamente a porta vuota in una riproposizione palla a terra di un'azione rugbistica alla mano. Tutto questa senza Quaresma (tranquillo in panchina) e con una difesa che ha rischiato poco, anche nel concitato finale all'arrembaggio dei turchi. Tutto questo in attesa del miglior Cristiano Ronaldo, che resta poi l'arma mortale in zona-gol come lo era stato nella sua lunga stagione inglese, più dello stesso George Best che ha appena detronizzato. E non solo sul piano statistico.

    June 03

    Special one?? Molto di più!!

    Nella prima conferenza stampa al Chelsea si definì un uomo speciale. Stavolta lo stesso aggettivo speso nelle prime battute lo dedica all'Inter spostando l'attenzione sul club. Vuoi vedere che ci ritroviamo un Mourinho diverso? Il tempo di dire "qui voglio essere semplicemente Josè Mourinho" e comincia invece lo show che tutti ci aspettavamo conoscendo le potenzialità mediatiche del personaggio. 

    In un italiano quasi perfetto (unico appunto per il ciclo che vuole aprire all'Inter... che diventa in un misto anglo-spagnolo "siclo"), Mourinho prende via via confidenza con la platea. Non è stato un giocatore di alto livello, ma i suoi dribbling davanti al microfono sono da fuoriclasse, fino allo spettacolare "non sono un pirla" al giornalista inglese che cercava di portarlo su temi di mercato legati al suo vecchio Chelsea. Chissà come il collega avrà riportato la risposta in patria...

    Un esordio scoppiettante, alla fine. La sensazione forte è che il calcio italiano abbia accolto oggi nella sua comunità un personaggio da prima pagina. Un tipo alla Herrera, mai banale, in grado di darti sempre un titolo. Un professionista puntiglioso che già aveva pronto il numero delle squadre che puntano alla Champions League: 11, Atletico Madrid compreso. Siamo sicuri che passato l'ambientamento arriveranno anche frasi più pepate come quelle dedicate ai colleghi Wenger e Benitez ai tempi inglesi. Per il momento prevale il buonismo: il suo predecessore diventa semplicemente "Roberto", in perfetta par condicio con il suo più stretto collaboratore Branca che è affetuosamente citato come "Marco". Già, perché nel nuovo "siclo" interista è proprio Branca l'uomo della società più vicino al tecnico portoghese. Insieme al direttore generale Ernesto Paolillo, leader maximo del settore giovanile e di conseguenza principale sponsor di Beppe Baresi, il quarto volto sorridente al tavolo delle conferenze di Appiano. 

    La voglia di Mourinho di arrivare presto al 15 luglio (inizio dei lavori a Riscone di Brunico) è la nostra. Il Mourinho personaggio non ci ha traditi, ora aspettiamo la prova del campo. Dove simpatia o antipatia, padronanza della lingua o incertezze lessicali, giacca e cravatta o tuta, ammiccamenti o provocazioni lasceranno spazio all'unica cosa che frega agli italiani: il risultato.

    "Io non sono un pirla"...firmato Josè Mourinho

    A Londra, quattro anni fa, aveva stupito tutti con quella definizione autoreferenziale, ai confini della spocchia: "I'm a special one", io sono uno speciale. Uno slogan che, a Milano, è mutato fino a portarsi ai confini dell'esilarante. Il significato, magari, è più o meno lo stesso: ma quel "Io non sono un pirla" sparato a sorpresa in risposta a un'ennesima domanda sulla campagna acquisti interista passerà alla storia dell'Inter.

    "Pirla" è un termine prettamente dialettale, 100% milanese, un semi-insulto che in realtà vuole indicare una persona un po' stupidotta, ingenua, dai comportamenti svaporati. E se tutti, giustamente, si sono sorpresi dell'italiano già da applausi di Mou, lui ha voluto stupire alla sua maniera dimostrando che si è già spinto oltre. Come fa sul campo di allenamento, dove magari, da luglio, qualche giocatore si sentirà dare del "pirla" con un accento tutto particolare

    Il primo show di JosèMourinho

    Quando si presentò al Chelsea disse di essere speciale, lo "special one". Come vorrebbe essere chiamato ora?

    "Mourinho. Sono arrivato in un club speciale. Non ho mai dimenticato che credo di essere un grande allenatore. Ma voglio essere semplicemente Jose Mourinho, lo stesso di sempre, con le stesse motivazioni. Volevo lavorare in Italia, in una grande società. L'Inter mi ha dato l'opportunità di lavorare qui, è una sfida molto importante, e voglio ringraziare Moratti e Branca che mi hanno dato questa opportunità. Mi hanno chiamato il giorno dopo l'eliminazione dell'Inter dalla Champions col Liverpool".

    Cosa le ha chiesto Moratti?

    "Di lavorare in sinergia con tutto l'ambiente, i giocatori, la società. Di iniziare un ciclo nuovo, dopo quello chiuso con un grande allenatore come Mancini. Rispetto il lavoro da lui svolto, io sono un allenatore diverso. Dopo poche settimane credo che potrò avere un vero e onesto rapporto con i miei giocatori. Io sono sicuro di lavorare molto bene, mi aspetto di ottenere risultati. Mi piace molto essere qui, in Italia e in una grande società come l'Inter. Sono l'allenatore di un club speciale".

    Che acquisti chiederà?

    "A leggere i giornali sembra che allenerò 60 giocatori. Io in realtà ne voglio 21 più tre portieri. Non ho bisogno di cambi drammatici nella squadra, tutti qui pensiamo di aver bisogno di due o tre giocatori per essere più competitivi. Io voglio avere la possibilità di cambiare un po' la filosofia calcistica. Ogni allenatore pensa in maniera un po' differente dagli altri. Non è vero che voglio comprare tutti i fuoriclasse d'Europa. Voglio tranquillizzare i miei giocatori, li chiamo così. La mentalità della squadra mi piace tantissimo, ho grande fiducia in questo gruppo. Difficile per me aspettare fino al 15 luglio, perché ho tanta voglia di lavorare con loro".

    Che differenze con Londra?

    "La mia famiglia ha vissuto a Londra in modo molto felice, è stata un'esperienza fantastica. Ho dato un piccolo contributo al calcio inglese, voglio fare la stessa cosa con quello italiano. La mia famiglia vivrà a Milano, senza famiglia io non lavoro. Sono felice di un'esperienza nuova per loro. I miei figli sono 'bambini del mondo', mia moglie è una persona fantastica che mi dà tutto ciò di cui ho bisogno. Mi dà grande tranquillità".

    Cosa pensa della Serie A?

    "Che arrivo qui in un momento molto importante. Il Milan vuole fare grandi cose, la Juve vuole fare grandi cose, l'Inter vuole fare grandi cose. La Serie A in questo momento non è il campionato più bello del mondo. Può tornare ad esserlo".

    Cosa pensa della Champions League?

    "E' il sogno di tutti. Almeno 11 squadre la vogliono vincere il prossimo anno, fra le quali 3 italiane, 4 inglesi, 1 tedesca e 3 spagnole. La terza spagnola è l'Atletico Madrid. La chiamo la competizione dei dettagli, perché sono quelli che fanno la differenza. Io quando l'ho vinta ho battuto il Manchester con un gol al minuto 90. Col Chelsea ho perso due volte, la prima con un gol che nessuno ha visto, la seconda con un rigore. Ho la tendenza a far bene in questo tipo di competizione, ho portato a casa una vittoria in Champions, due semifinali, una Coppa Uefa".

    Che differenze di gioco con Mancini?

    "Prima voglio parlarne con i giocatori. La comunicazione è importante. La comunicazione termina sempre con la mia decisione, ma è importante comunque. Se possibile vorrei solo 21 giocatori in rosa, ma se sono di più in ritiro a Brunico non è problema. Voglio iniziare bene il lavoro dal primo giorno, ma non con tutto il gruppo. Chi ha fatto l'Europeo deve fare un po' di vacanza in più. Se Materazzi arriva dopo, va bene. Ora la mia seconda squadra, dopo il Portogallo, è l'Italia. Per cui mi va bene se Materazzi arriva una settimana dopo".

    Intende portare qui dal Chelsea giocatori come Lampard o Essien?

    "Io voglio sempre fare bene, voglio sempre vincere, anche se non si può. Credo che sia normale come conseguenza della relazione con i giocatori del Chelsea che quasi tutti loro vorrebbero lavorare con me in futuro, ed è lo stesso per me. Ed è normale che queste cose escano sui giornali. Ma noi abbiamo bisogno di 21 giocatori, non di 30. Ma non dirò alla stampa chi sono i giocatori che vogliamo. Se il Chelsea comunque vuole vendere...E' sempre un gioco, fra chi vuole comprare e chi deve vendere. Questo è il lavoro di Branca, Marco sa chi voglio. Perché dovrei parlare di Lampard e dei giocatori del Chelsea? Non sono un pirla... ".

    Cosa pensa di Adriano e degli altri giocatori che cercano la conferma?

     "Adriano...penso che come minimo questo è il segnale che i miei occhi sono aperti, voglio andare in Brasile per vedere la partita con l'Argentina, per parlare con i miei argentini e i miei brasiliani, e se Adriano gioca...bene per me. Potrò valutare il suo stato di forma. Dunga può essere felice di questo, perché potrebbe essere una motivazione in più per Adriano. Ma questo deve valere per tutti i giocatori dell'Inter. Crespo in questo può essere mio 'amico', passare un messaggio positivo in questo senso, perché mi conosce. Chi è con me, chi lavora, gioca. Io sono un allenatore onesto con i miei giocatori. E' facile lavorare con me per chi si impegna, difficile per chi è pigro".

    Come cambierà tatticamente la squadra?

    "Mi piace un modulo in particolare, ma mi piace anche adattarmi alle esigenze. Sono un allenatore di campo. Ho 45 anni, ma non voglio fare il dirigente in futuro, quando ne avrò 60, voglio continuare finchè possibile a lavorare con i giocatori".

    Qual è la vera sfida?
    "Competere veramente su tutti i fronti, che sono 4: campionato, Champions League, Coppa Italia e Supercoppa. Io e il mio staff sappiamo quello che facciamo, col Porto abbiamo vinto tutto. Col Chelsea 3 su 4. Ho la metodologia ideale per questo, per avere cioè una squadra che può mantenere un livello alto in tutta la stagione. Di solito le mie squadre sono forti dal punto di vista mentale, fondamentale per arrivare in fondo ad ogni obiettivo.

    Come fare? Che valori ci vogliono?

    "Dimenticare ciò che si ha già vinto, la storia. Dobbiamo iniziare un nuovo ciclo".

    Ancelotti è adatto per il Chelsea?

    "Carlo è un grande allenatore, Chelsea è un grande club. Abramovich ora ha un'esperienza di calcio migliore di quando ha iniziato la sua esperienza col Chelsea, non ha bisogno di consigli. Continuo a tifare per il Chelsea e auguro il meglio al suo nuovo allenatore. Ma se li affrenteremo in Champions...non conosco nessuno".

    3 giugno 2008