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May 28 Quanto costa lo "Special One"?Mancini, l'esonerato: costa 6 milioni a
stagione, per 4 anni. Mourinho, l'uomo nuovo: costerà 9
milioni all'anno, per 3 stagioni più una (minimo garantito). Dal
ribaltone al giorno dopo, i conti in tasca a Massimo Moratti
sono il crocevia di mille discorsi, tecnici, etici, economici, morali e
quant'altro per capire come sia crollata -sorpresi?- l'ennesima barriera del
Pallone: sul costo allenatore/i. Nel quadriennio che verrà, e a patto che sia
Mancio sia Mou pretendano tutto fino all'ultimo euro (poi non sarà così,
perlomeno riguardo al tecnico dei 3 scudetti), l'esborso morattiano
tasse comprese sarà di 126 milioni. Poi, ribadiamo, non sarà così. Ma
sarà comunque tanto. Troppo. Tanto. Troppo. E comunque soltanto il primo passo di cosa vuole essere l'Inter e di cosa insegue Moratti, a fronte di un predominio assoluto sul pianeta-calcio-Italia, e della smania di rivedere la luce in Europa, in Champions League. Per questo deve aver prodotto il micidiale cocktail Mancini-Mourinho. E per questo ora si accinge a onorare l'approdo del portoghese come dev'essere dopo una scelta così: traumatica, lungimirante sapremo poi, coraggiosa e insieme impopolare, di sicuro onerosa. Con gli oneri aggiunti per dare al tecnico portoghese ciò che egli suggerisce e pretende per fare dell'Inter ciò che il presidente vuole. I nomi vecchi e nuovi? Drogba, Lampard, Deco, Eto'o, Hleb, Mancini (romanista, beninteso), la corsa-mercato è appena cominciata e si rischia di fare la somma di operazioni possibili e anche impossibili. Quel che vuole Mourinho presto lo si saprà, e porre mano al progetto-mercato del portoghese costerà un'altra fetta del patrimonio di casa-Inter (di casa-Moratti). Un po' com'era accaduto nel 2004, estate, col Chelsea di Abramovich. Quando Mou chiese e ottenne ai suoi primi passi: Cech, portiere dal Rennes (13 mln); Paulo Ferreira, difensore dal Porto (20); Ricardo Carvalho difensore dal Porto (30); Tiago, centrocampista dal Benfica (12); Didier Drogba, attaccante dal Marsiglia (36), Arjen Robben, attaccante dal Psv Eindhoven (18), Mateja Kezman, attaccante dal Psv Eindhoven (20). Totale: 150 milioni, soltanto alla stagione d'esordio. Sarà pronto anche Moratti a un'estate così? La scelta più difficile, ma è la più giusta?Il benservito a Roberto Mancini, con 7 trofei e 3 scudetti
consecutivi. L'abbraccio a José Mourinho, uno dei migliori al
mondo: per dire, alla stessa altezza di Mancini. I sismologi della panchina
interista raccontano dell'avvenuta catastrofe, ma anche l'immediata
ricostruzione, con lo sguardo che segue quei "risvolti umani" e i conti che
segnalano "la montagna di euro" per retribuire il vecchio e il nuovo allenatore,
entrambi -a questo punto- a libro paga di Massimo Moratti. Già, Moratti. Oggi al centro di tutte le attenzioni per la scelta più complessa dei suoi 13 anni di presidenza: convincere e convincersi che l'attuale allenatore ha chiuso il suo ciclo dopo 4 stagioni, aprendo la porta al tecnico portoghese. Un faccia a faccia brusco, col Mancio. Per niente in linea con la linea dei 3 scudetti, finendo con la celebrazione-zero, quei 20 minuti di colloquio che sono come uno scampolo di follia, per quanto è stato seminato e raccolto in queste stagioni. Ma questa è l'Inter, questa è l'Inter di Massimo Moratti: uno che ha imparato sula sua pelle a seguire il fiuto, l'istinto, quello che a marzo l'aveva condotto sulla strada di Mourinho; l'istinto che ora dovrà far digerire la scelta a tifosi, critica, amici e avversari. Facile dire: che pazzia, presidente. Perché il ribaltone? Vogliamo calarci nella parte morattiana. Scomoda, non è semplice. Perché l'esonero di Mancini non significa aver dato ragione alla triade Branca (dirigente-mercato)-Paolillo (altro dirigente)-Combi (medico), ovvero i non amici societari del tecnico, ben sapendo però che sarebbe stato impossibile un altro anno di convivenza per le troppe tensioni affioranti. Perché dire addio al Mancio non significa provare o provocare brividi per il ritorno di Recoba, la conferma di Figo, il rientro di Adriano, sapendo benissimo che tutti e tre c'entrano poco o niente coi successi recenti; ci sono altri tormenti (Materazzi, Vieira, qualche lampo di Ibra) nella gestione dell'attuale spogliatoio. Perché chiudere un quadriennio a questo modo, con lo scudetto del Centenario, è un tormentone che durerà chissà quanto, se poi non ci saranno trofei aggiunti la prossima stagione; ma a Moratti non sfugge -non sfugge nemmeno a noi- che da gennaio in poi l'Inter non è stata più l'Inter, troppi infortuni, troppe assenze, ma anche un modo di proporsi sul campo che per cinque mesi è stato di sofferenza, di impennate d'orgoglio e di campioni, sintomo di un qualcosa che ha smesso di funzionare. Ecco, se vogliamo vestire i panni del presidente e capire certi momenti e una decisione così difficile, dura e sofferta, possiamo anche stare dalla sua parte. Beninteso, facendo -da interisti e anche da avversari- un monumento alla grandezza dell'Inter di Mancini. E sapendo che con Mourinho l'Inter del Mancio cade. Ma cade in piedi, e ben ritta. E con la voglia perenne di angosciare e stupire e divertire non solo gli interisti, ma il mondo intero. Perchè non dar valore al calcio olimpico?La storia si ripete puntualmente, ogni quattro anni, al pari dei tanti riti che
accompagnano il cerimoniale olimpico. Il calcio italiano che si defila alla
vigilia dei Giochi è un classico in uno scenario altrettanto
puntuale: calciatori svogliati, dirigenti e allenatori che non collaborano,
anzi, che remano contro, dirigenti del Coni inviperiti che
sparano contro il sistema calcio ed il suo scarso spirito olimpico.
Gianni Petrucci parte lancia in resta da
Sorrento: parla di una Nazionale "sola e clandestina"
e rimprovera al cittì Casiraghi di non aver mai voluto sentir
parlare di una Grand'Italia da portare a Pechino rifiutando a
priori convocazione eccellenti nella categoria "fuori quota" per puntare,
invece, sul suo blocco dell'Under
21. Il presidente del Coni avrebbe voluto invece un altro atteggiamento, magari avrebbe gradito un sit-in Casiraghi-Donadoni per spartirsi alcuni nomi eccellenti, personaggi in esubero dalla nazionale maggiore. Ma anche ammesso che il selezionatore della squadra olimpica chiami nomi grossi, come risponderebbero i nostri club? Ovviamente picche, tant'è vero che è bastato fare il nome di Inzaghi (oltre che di Kakà per il Brasile) per mettere in allarme il Milan, con Galliani pronto a stoppare qualsiasi idea del genere. E nessun altro giocatore importante, per quanto trombato dall'Europeo, sembra morire dalla voglia di proporsi quale capodelegazione o "chioccia" della missione calcistica a Pechino 2008. Petrucci ha invece ragione da vendere quando teme che anche gli azzurrini (vedi Giovinco della Juve, impegnata ad agosto nel preliminare di Champions League) possano, per volontà dei club, dribblare l'appuntamento cinese. Qui sì che deve battersi, il presidente: per avere tutti gli azzurrini del ciclo Casiraghi a disposizione ma anche per averli in anticipo (e motivati), perché un'Olimpiade va preparata come un Europeo, anzi meglio, viste le difficoltà ambientali di Pechino. E' un discorso di dignità, di onestà, non avrebbe senso andare ai Giochi tanto per andarci. Gli inglesi ed i tedeschi non ci vanno da secoli e nessuno, a casa loro, ne sente la mancanza. Tanto all'Olimpiade, il calcio, Italia o non Italia, resta ai margini: non entra nel villaggio, non fa impazzire il pubblico e le televisioni perdendosi in un torneo, di solito, lungo e noioso. Non è il caso, forse, di farne una malattia. Donadoni e la scommessa CASSANO!!"Se uno non ha coraggio, non se lo può dare", scriveva Manzoni di don
Abbondio più di un secolo e mezzo fa. Roberto Donadoni, con
quell'aspetto e quel fare un po' preteschi, sembrava il don Abbondio del
pallone. Un allenatore serio ma pavido, che mai avrebbe rischiato scelte
controcorrente. Invece, ecco il colpo di genio: dentro Cassano,
come in parte anticipato da due quotidiani sportivi su tre. E dentro,
ovviamente, Del Piero come un mesetto fa aveva annunciato in
anteprima (senza se senza ma) Studio Sport. Rosica Pippo Inzaghi, che pur non essendo in splendide condizioni fisiche di gol ne aveva segnati parecchi nelle ultime settimane: 10 nelle ultime otto partite. Non sono bastati. Magari, chissà, se anche a Napoli avesse segnato trascinando il Milan alla vittoria al San Paolo e alla Champions oggi staremmo forse a parlare di un'altra storia. Superpippo, dunque, possibile vittima di un Milan crollato sulla linea del traguardo. E Champions che premia Montolivo, l'unica spruzzata di viola per l'Italia europea. Proprio Montolivo sembra destinato a giocarsi con Aquilani il posto nei 23 che andranno a Baden. Il taglio è sempre doloroso, in Germania toccò a Bonera l'ingrato ruolo di 24esimo uomo... Donadoni sembra avere le idee chiare: a meno che faccia qualche cassanata delle sue, il numero 99 della Samp ci sarà a Euro 2008. Diciamo che è sotto stretta osservazione... L'unico vero appunto a Donadoni riguarda semmai le spalle di Buffon che sinceramente non paiono troppo protette. Rimane a casa Matteo Sereni, per rendimento forse il miglior portiere espresso dal campionato appena terminato. Lascia perplessi il fatto che il numero 1 granata, ritrovato dopo due anni di mobbing lotitiano, se ne debba andare a pescare. Mentre Amelia, fresco di retrocessione, e De Sanctis, a lungo riserva nel Siviglia (per lui solo 8 presenze nella Liga) avranno un posto al sole. Non di Porto Cervo ma di Baden. L'errore del centenarioNon si hanno parole per capire le gesta della famiglia Moratti. Mancini
Roberto, in arte “Mancio” è stato esonerato in stile Zaccheroni nel
pomeriggio di martedì. Quel giorno definito da leoni per l’annunciato
incontro, si è trasformato in un triste pomeriggio “morattiano” dove
l’orgoglio ha avuto la meglio sul buon senso, quel buon senso che il
Presidente ha urlato qualche giorno fa sui giornali. C’era da
aspettarselo. Mancini è un vincente, Mancini è un allenatore che
capisce di calcio, Mancini è il tecnico più titolato dell’era Moratti,
ma non è bastato per aprire un ciclo, ora che le altre squadre sono in
calo ed economicamente inferiori alla corazzata nerazzurra. Due
ritocchi e tanta allegria sarebbero stati sufficienti per annientare
per altri anni il campionato, ed invece si chiude una pagina vincente
(e poi parlano di continuità), saranno contenti i vari paladini
nerazzurri che portano il nome di Figo, Adriano, Recoba, Crespo (non
giocava con lui nel Chelsea immaginatevi tre anni dopo) e Combi
(Mancini ha vinto senza il loro apporto), e si apre la porta
portoghese: Josè Mourinho. Un allenatore non facile da gestire e con la
lista della spesa pronta da esibire al “boss” nerazzurro: Lampard,
Deco, Drogba, Carvalho, Essien, Quaresma e magari Terry o Joe Cole.
Facile vincere, sulla carta, con questi giocatori (arriveranno?), meno
facile conquistare uno scudetto o un semplice terzo posto con Martins,
Adriano, Gamarra, Coco, Wome, Zè Maria e Karagounis. Chissà cosa
sarebbe successo se invece dello scudetto Mancini avesse conquistato
“solo” una coppa del Mondo, fosse stato “bastonato” in Champions League
e avesse preso 20 punti dalla prima in classifica non c’entrando
nemmeno il traguardo europeo più importante. Ed ora? I tifosi si
aspettano grandi colpi di mercato, lo scudetto e la Champions League o
la stagione sarebbe fallimentare, visto che sono abituati a festeggiare
da qualche anno. Qualche nome per il post-Mourinho? May 25 Mancini, il silenzio non paga!!L'Inter si cuce lo scudetto sulla maglia, poi prende a fare sogni più o meno proibiti (Lampard, Eto'o, Hleb, Drogba), quindi va a Roma e perde, dignitosamente, la finale di Coppa Italia. Eventi probabilmente scarsi di significato per Roberto Mancini che, praticamente dalla sfida col Siena (penultima di campionato) non ha più rilasciato uno straccio di dichiarazione. Non si era mai visto, al mondo, un allenatore saltare il protocollo mediatico dei festeggiamenti scudetto eppure a Parma è sfuggito ai microfoni esultanto in silenzio. E' un silenzio stampa personale e immotivato (la scusa della tranquillità della squadra turbata dai nemici giornalisti ormai non tiene più, visto che la stagione è finita, e poi potrebbe parlare solo di calcio giocato non rispondendo a questioni di mercato) che sembra accompagnare l'uscita di scena di un allenatore che fa capire, pur senza dire, di avere le tasche piene del calcio italiano, delle sue tensioni laceranti e dei presidenti che soffocano, che vogliono mandare in campo Tizio o Caio perché piacciono a loro e che hanno in mente di cercare Sempronio sul mercato senza nemmeno sentire il parere del titolare della panchina. Sembra pronto per l'estero (ma è impossibile chiederglielo), magari per Londra visto che dalla dirigenza del Chelsea è arrivato il benservito a Grant, colpevole di aver collezionato una serie di secondi posti, l'ultimo poi nella finale di Champions League a Mosca, in casa del patron Abramovich. L'allenatore israeliano, fino alla sfida con il Manchester United, era messo piuttosto male nella graduatoria della simpatia collettiva: chiuso, grigio, una versione moderna dell''uomo del banco dei pegni', ebreo guarda caso pure lui. Dopo la finale persa anche con sfortuna, le medaglie lanciate al suo pubblico, e il licenziamento secco e, probabilmente, immeritato, ha raggiunto, in Inghilterra, almeno, una popolarità incredibile e molti commentatori albionici hanno parlato di lui come dell'ultima vittima di questo calcio senza cuore che non guarda più ai sentimenti ma che pensa solo ai risultati. Ed intanto i bookmakers, in poche ore, hanno visto salire le quotazioni di Mourinho al Chelsea (pagata prima a 20, poi a 8 volte la posta giocata), il cattivone che dopo la finale di Champions persa mandava i messagini ad Essien ("Ci vediamo all'Inter") e che forse è pronto a togliere di mezzo il cadavere ancora caldo di Grant perchè, si sa, anche a Londra a volte ritornano. Sembra proprio che anche nel pianeta scintillante del calcio inglese all'alba muoiano i buoni sentimenti. E' in questo mondo non di sola poesia che potrebbe (o che forse vorrebbe) finire Mancini. Chissà che ne pensa, ma è impossibile chiederglielo. Questione di stile!!Questione di stile
1) Ieri sera (24-05-08), dopo la sconfitta nella finale di Coppa Italia, i calciatori dell’Inter e in primis l’ex giallorosso Christian Chivu, sono andati ad abbracciare e a complimentarsi con i giocatori e lo staff tecnico della Roma, cosa che non hanno fatto i giallorossi domenica scorsa dopo la vittoria dell’Inter, neppure verbalmente;
2) L’Inter ha giocato la finale di coppa Italia senza Materazzi,Ibrahimovic, Rivas,Cambiasso, Cruz e infortunati di vecchio corso come Figo,Dacourt,Cordoba e Samuel: bene! Stesso scenario si è presentato alla fine del campionato. Nessuno ha detto nulla, peccato che il sign. Spalletti in intervista Rai, seguito dalla bandiera De Rossi, e dal noto opinionista Liguori , pres.di tgcom, hanno sostenuto che il successo della Roma in coppa Italia e il secondo posto in campionato è di rilievo perché ottenuto senza l’apporto di Totti. Ma Spalletti e De Rossi si sono accorti che Chivu ha giocato dopo un’infiltrazione, a centrocampo ha giocato un 21-enne semisconosciuto ma di grande personalità come Pelè, e sulla fascia il vecchio Cesar alla sua ultima prestazione? Oppure si sono resi conto che nella partita decisiva per lo scudetto c’era rivas in difesa, cesar in attacco e un 17enne (seppur bravo) in attacco? Penso che se chiedevate a Mancini ad inizio campionato di pensare ad un simil scenario, avrebbe fatto i migliori scongiuri!! Purtroppo questi erano gli arruolabili, nessuno degli interisti però l’ha rinfacciato ma le dichiarazioni dei romanisti non sono state di grande stile!!
3) Gli amici tifosi della Roma ci hanno scocciato la settimana scorsa dichiarando il trattamento riservato ai tifosi: trasferta vietata (giustamente ai romanisti a Catania) allora trasferta vietata agli interisti! Perché altrimenti non c’è parità. Dico allora: perché la finale di coppa italia si deve giocare a Roma? E’ vero che è una decisione presa inizialmente,ma sicuramente ne troverà agevolazione la Roma, se va in finale. E i tifosi ora non invocano gli stessi diritti? Ieri i tifosi comunque spingevano i calciatori giallorossi: peccato che nessuno, e nemmeno Matarrese dica nulla in merito: invece contro la trasferta degli interisti a Parma, tutti avevano da ridire!!
4) Dopo la sconfitta di domenica scorsa il sign.De Rossi, seguito a ruota da Mexes e Doni, ha dimostrato di non accettare la sconfitta imputando la possibile causa ad errori arbitrali. Come ho detto più volte, l’inter ha avuto favori arbitrali (come Inter-Parma-3-2), ma cosa ne dice De Rossi di:
- Inter – Juventus – 1-2 (goal di Camoranesi in fuorigioco) - Lazio – Inter – 1-1 (goal di Rocchi in fuorigioco) - Inter – Empoli – 1-0 (Vieira espulso dopo un vaffa all’arbitro : due giornate di squalifica) - Udinese – Roma – 1-3 (Totti manda 3 volta l’arbitro a vaffa: nessuna sanzione:1000 euro di multa); - Etc…etc…etc….non voglio fare ulteriori polemiche come loro!! Impari ad accettare le sconfitte, perché gli errori ci sono stati ma sono stati compensati.
5) De Rossi, sempre nell’intervista di domenica scorsa aveva chiesto che la federazione facesse chiarezza su come i tifosi dell’inter e quelli del catania erano a bordo campo, anche se non iscritti in distinta nel momento finale delle partite. Beh, il signor De Rossi perché non ha detto la stessa cosa ieri quando al 85’ sono entrati in campo diversi personaggi giallorossi e addirittura Totti con la maglia della società? Io penso non ci sia nulla di male, ma come non c’era nulla di male domenica…solo che certi personaggi quando hanno interesse cambiano le proprie opinioni.
6) Aspetto arbitro della partita di ieri:
- Vucinic ha scaraventato la palla a gioco fermo lontano: meritava l’ammonizione che non ci è stata al 23’; ammonizione pesante perché il montenegrino è stato ammonito nuovamente al 71’ e quindi era da rosso!! Cosi come era da rosso Vieira al 86’ su Pizzarro. - Il goal vittoria per la finale di coppa italia è nato da un fallo di Tonetto su Cesar. Il brasiliano, ingenuamente ha commesso una cretinata, ma il romanista ha commesso un fallo, che seppur lieve, doveva essere sanzionato. Si può discutere sulla intensità del fallo, potete dire quello che volete, ma a noi, all’AIA, ci hanno insegnato che quando un giocatore tocca un avversario con le mani, spingendolo, il fallo viene sanzionato, a meno che non si trovi nell’area di rigore e lì vanno valutate diverse situazioni. Invece sul contropiede la Roma ha chiuso la partita. Vorrei sottolineare come tutti i neroazzurri hanno protestato un minuto, con Toldo ammonito, ma nessuno a fine partita ha ricordato l’episodio. De Rossi e company imparate! Se era tutto il contrario, avevate scatenato un putiferio!! Occorre saper perdere.
Detto questo, faccio i complimenti all’Inter e alla Roma per le belle emozioni che ci stanno dando da 4 anni a questa parte (2 coppe italia a testa, 1 supercoppa italiana a testa, 2+1 scudetto all’inter, 2+1 terzo posto per i giallorossi: decisamente due grandi squadre con staff tecnici competenti). May 21 La finale che scottaLa festa dell'Inter, a Parma, a San Siro e in piazza Duomo per il sedicesimo tricolore: stupenda. Gli applausi festanti per la Roma, i suoi tifosi appagati da un secondo posto "che vale come uno scudetto": meravigliosi. Sono le immagini, la miglior sintesi possibile di quello che è stato l'epilogo e dell'attesa di un evento che è minimo e massimo al tempo stesso, dipende da dove lo si scruta: la finale di Coppa Italia, sabato alle 21 all'Olimpico, Roma e Inter chiamate alla ribalta. L'una per la rivincita, l'altra per misurare un'altra volta la supremazia. Cosa c'è di sportivamente più bello? Ecco, l'attesa per una sfida-evento dovrebbe essere così, dipinta su questi colori così intensi. E invece c'è molto (troppo) di sbagliato nell'approccio, nelle tensioni che si spargono e con la necessità -immediata- di spegnerle, azzerarle. Il molto di sbagliato che comincia da casa-Roma, De Rossi e poi Doni e poi ancora Bruno Conti che rispolverano la teoria degli "aiutini" e sollecitano certe esasperazioni. Che continua in casa Inter, con Moratti che sillaba (poi dirà) una battuta, a Roma mandiamo la squadra dei ragazzini, tanto per non resistere alla tentazione. E i tifosi, certi tifosi, il tam tam che si sparge e la partita-spettacolo si alimenta di un clima assurdo: il tutto dopo la domenica che ha chiuso le porte ai fans della Roma a Catania (non ci sono andati) e a quelli dell'Inter a Parma (ci sono andati lo stesso). Una finale di Coppa Italia che diventa partita a rischio. Ad alto rischio. Follia. Così il presidente della Figc, Abete, chiama a raccolta il buonsenso di tutti: "Non possiamo presentarci al mondo dello sport come incapaci di gestire con intelligenza una partita che deve essere una festa". Il sindaco di Roma Alemanno che invita a "tenere gli occhi ben aperti". Il capo dell'Osservatorio del Viminale che afferma: "Non abbiamo preso decisioni". Gestire l'afflusso dei tifosi, gestire l'Olimpico come autentico "campo neutro". Avvertire, soprattutto, il bisogno che giocatori, tecnici e dirigenti mettano in archivio la smania di voler polemizzare, insinuare, protestare, inveire a tutti i costi, manco fosse soltanto questa la realtà del nostro Pallone. Comincino anche loro, a frenarsi Il coraggio di DONADONI"Se uno non ha coraggio, non se lo può dare", scriveva Manzoni di don Abbondio più di un secolo e mezzo fa. Roberto Donadoni, con quell'aspetto e quel fare un po' preteschi, sembrava il don Abbondio del pallone. Un allenatore serio ma pavido, che mai avrebbe rischiato scelte controcorrente. Invece, ecco il colpo di genio: dentro Cassano, come in parte anticipato da due quotidiani sportivi su tre. E dentro, ovviamente, Del Piero come un mesetto fa aveva annunciato in anteprima (senza se senza ma) Studio Sport. Rosica Pippo Inzaghi, che pur non essendo in splendide condizioni fisiche di gol ne aveva segnati parecchi nelle ultime settimane: 10 nelle ultime otto partite. Non sono bastati. Magari, chissà, se anche a Napoli avesse segnato trascinando il Milan alla vittoria al San Paolo e alla Champions oggi staremmo forse a parlare di un'altra storia. Superpippo, dunque, possibile vittima di un Milan crollato sulla linea del traguardo. E Champions che premia Montolivo, l'unica spruzzata di viola per l'Italia europea. Proprio Montolivo sembra destinato a giocarsi con Aquilani il posto nei 23 che andranno a Baden. Il taglio è sempre doloroso, in Germania toccò a Bonera l'ingrato ruolo di 24esimo uomo... Donadoni sembra avere le idee chiare: a meno che faccia qualche cassanata delle sue, il numero 99 della Samp ci sarà a Euro 2008. Diciamo che è sotto stretta osservazione... L'unico vero appunto a Donadoni riguarda semmai le spalle di Buffon che sinceramente non paiono troppo protette. Rimane a casa Matteo Sereni, per rendimento forse il miglior portiere espresso dal campionato appena terminato. Lascia perplessi il fatto che il numero 1 granata, ritrovato dopo due anni di mobbing lotitiano, se ne debba andare a pescare. Mentre Amelia, fresco di retrocessione, e De Sanctis, a lungo riserva nel Siviglia (per lui solo 8 presenze nella Liga) avranno un posto al sole. Non di Porto Cervo ma di Baden. May 18 IL GENIO ZLATANErano rimasti tutti a bocca aperta quando, nell'edizione di Studio Sport di lunedì 12 maggio, Bruno Longhi aveva annunciato: Ibrahimovic in campo contro il Parma. Molti avevano escluso questa possibilità, qualcuno diceva di aver visto addirittura lo svedese con le stampelle. Ma i particolari forniti dalla nostra trasmissione non lasciavano molto spazio ai dubbi. Riferivamo di un Ibrahimovic che allo stadio per Inter-Siena aveva confessato ad alcuni amici: "Torno e risolvo tutto io". La settimana è andata come doveva andare, nel senso che Ibra si è messo buono buono a disposizione di Mancini, non l'ha mai mandato a quel paese (il che sembfra il secondo sport preferito da molti interisti), ha lavorato duro e in 5 giorni ha raggiunto una condizione più che accettabile, che per uno della sua classe è già tanta roba, come va di moda dire adesso. La partitella del giovedì è stata probabilmente decisiva per convincere Mancini. Dunque Ibra è tornato disponibile per la sua squadra dopo quasi due mesi. Lo si era visto per l'ultima volta il 29 marzo, molti pensavano di non rivederlo più nè in questa stagione nè addirittura con la maglia dell'Inter, visto il corteggiamento del Real Madrid. Invece Zlatan è sceso in campo ed è tornato a essere quell'uomo decisivo che sembrava non essere più. Non ci sono controprove, ma non è così sicuro che l'Inter avrebbe vinto la partita di Parma e lo scudetto se non fosse entrato Ibra. Serviva la sua scossa, serviva quella faccia di bronzo che non si fa condizionare dalle tensioni e che non trasmette insicurezze al resto dell'ambiente. Così Zlatan ha anche pagato un debito pesante ai tifosi interisti, si è scusato per tutte le partite che non ha risolto in Champions League. E se resterà all'Inter, avrà dei buoni motivi per chiedere altri applausi e altro affetto. GRANDI NEROAZZURRIJulio Cesar 9 - Che cosa può invidiare a Gigi Buffon?. Si è dotato del carisma giusto, ha esibito le doti per vestire i panni del grande portiere. L'essenzialità è il suo sistema di vita fra i pali della porta, sulla scorta di quella che è una grande tradizione interista, da Giorgio Ghezzi e Giuliano Sarti, fino a Walter Zenga e Francesco Toldo. La maglia numero uno è davvero il vessillo del suo modo di essere: un numero uno. Toldo 7 - Gettata via la maschera del dolore nel vedersi sottratto il posto da titolare, consapevole che chi sta davanti a lui è il più bravo, e che a una certa età le gioie del Pallone sono anche queste, in retrovia e da protagonista quando serve, ha riscoperto tutto se stesso. Toldo ha riscoperto il gusto di fare il suo mestiere in una grande squadra, godendosi le gioie che Mancini gli ha concesso e rispondendo sempre bene alle chiamate. Maicon 7 - Non come un anno fa, quando è stato spaventosamente bravo. Diciamo un gradino sotto l'eccellenza mostrata al suo primo impatto interista, complice anche un malanno che lo insegue e talvolta ha avuto il sopravvento: niente di grave, ma quanto basta per frenare talvolta la sua esuberante marcia da padre-padrone della fascia destra. Comunque sia, al mondo non vediamo chi possa superare le sue virtù tecniche e di agonismo. Cordoba 7,5 - Quando si è perso, nella notte di Liverpool amara e beffarda, si è capito cosa e quanto l'Inter avesse perduto al centro della difesa. Laddove il colombiano, pupillo di tutti gli allenatori passati in nerazzurro nonché vittima di critiche chissà perché mai benevole, ha esibito sei mesi di grande impeto e di estrema sicurezza difensiva. Non si fosse infortunato quella notte ad Anfield, si era sullo 0-0 con l'Inter in dieci a pochi minuti dalla fine, magari oggi la storia della Champions interista sarebbe diversa? Samuel 8 - Il muro, com'è scritto nel suo identikit. Lo è stato fino a Natale e a quel derby bello e (per lui) maledetto, l'infortunio a un ginocchio (legamento) che gli ha tolto l'altra metà della stagione. Chiamato alla ribalta già ad agosto, per il ko di Materazzi e dopo un campionato-scudetto che non l'aveva reso felice perché non protagonista, l'argentino ha esibito il meglio delle sue qualità. Magnifico regista della difesa, artefice del miglior momento interista in campionato e non solo, per capire quanto gli appartenga la storia di questo sedicesimo titolo. Maxwell 6,5 - L'assortimento del suo calcio, che mescola i sapori dolci e aspri di chi deve difendere e sente la vocazione di attaccare, ha miscelato gioie e dolori, comunque con la netta prevalenza dei giorni buoni, con la scorta di malanni che a un certo punto hanno condizionato il suo rendimento. La sostanza però rimane più che positiva ed è quello che conta quando si va alla cassa, per ritirare ciò che si merita. Se poi gli va di eliminare quei difetti ...brasiliani dei tocchi di fino nella propria area di rigore, sarà perfetto. Burdisso 6,5 - Il finale di stagione gli ha reso i meriti che le sue qualità pretendono, con prestazioni di sicuro spessore. Prima ha dovuto (e fatto) soffrire. Dal primo impatto in negativo, il rigore regalato a Totti nella finale di Supercoppa italiana, all'ultima scena-no, l'espulsione all'avvio del secondo tempo di Inter-Liverpool. A quel punto, è sembrato di vedere la deriva del bravo argentino. Ma ha saputo rialzarsi. Chivu 7,5 - Non l'eccellenza, bensì il sacrificio. Ma è lo spirito di sacrificio la sua eccellenza. Quando Mancini ha voluto/preteso l'arrivo di Chivu, lo ha fatto per tenersi stretto uno che sa giocare in ogni ruolo, di difesa e a metà campo. Così chiedendo al rumeno di cimentarsi in ogni dove, indispensabile supporto alla crisi di acciacchi che ha assalito la squadra e anche lo stesso Chivu, a volte capace di giocare con una spalla fuori uso. Riepilogando il suo status: terzino sinistro, difensore centrale, mediano sinistro, guardiano dinanzi alla difesa. E poi altro ancora? Materazzi 6,5 - Sei mesi di malattia. Poi la lenta risalita. Ha subito un infortunio tremendo in Nazionale, lo scorso agosto, col rischio sfiorato di dover chiudere la carriera, e da gennaio ha cominciato a correre per riprendersi l'Inter e prima di tutto per ritrovare se stesso. Ha trascorso momenti di pessimismo, di delusione, di rabbia, di panchina e quant'altro. Compresa l'immeritata, cervellotica espulsione-choc di Liverpool che così tanto ha pesato sui destini interisto. Con la primavera, ha rivisto la luce del suo calcio: alla Materazzi. Agli ultimi respiri, si è visto travolgere dal rigore-scudetto sbagliato col Siena. Ma per travolgere davvero Matrix ci vuole ben altro. Rivas 6,5 - Soggetto misterioso, al suo arrivo. Perdipiù vittima di un malanno intorno al quale si sono scritte favole da fine carriera e sul suo autentico valore, abbiamo letto e udito cose vergognose. Rivas ha sputo tacere e soffrire ed entrare poi a pieno titolo nello scacchiere di Mancini quando al kappao di Cordoba ha risposto con partite... alla Cordoba, ovvero con quel piglio e quell'autorità che hanno fatto di lui un autentico valore aggiunto. Zanetti 9 - Che cosa aggiungere alla fantastica parabola del capitano? E' il campione che non sa cosa sia il viale del tramonto, ogni stagione aggiunge qualcosa al suo modo di essere entrambe le cose, capitano e campione allo stesso modo. Stavolta però c'è un momento di estasi che è personale e di tutta l'Inter che sposta un passo in più in là la sua leggenda, ed è quel gol a San Siro al '94 di Inter-Roma 1-1, la prodezza-scudetto di mercoledì 27 febbraio. Allora, non oggi, il campionato si è colorato di nerazzurro. E non per caso, al Tardini è stato per il capitano l'urlo più lungo. Cambiasso 8 - Sistemati i muscoli, che un po' in autunno e un po' d'inverno hanno fatto i capricci, ha ripreso a fare quello che sa, e anzi di più. Perché Cambiasso è un tipo che studia e dunque migliora, rivede il repertorio e si accanisce in allenamenti mirati per progredire là dove ne avverte il bisogno o dove Mancini gli suggerisce di insistere. Così emerge la sua qualità, col frutto prelibato di qualche gol "pesante" e con l'etichetta che gli sta a pennello, confortata peraltro dalle cifre: con lui in campo, l'Inter non perde mai la bussola, anzi non perde mai. Dacourt 7 - Fuori Vieira, problemi per Cambiasso, Stankovic in sofferenza. A un certo momento d'inizio stagione, Mancini ha dovuto gestire quella che si chiama emergenza, e Dacourt si è preso la piena responsabilità del messaggio, caricandosi l'Inter e portandola lontano. Nel cuore del gioco, ha riscoperto i momenti belli del suo modo d?intendere il calcio, sacrificio e anche qualità. Fino a subire un infortunio che gli ha negato la primavera sul campo. Ma non il profumo del successo.
Stankovic 6,5 - Giocare e giocare con un piede in disordine, lottare e soffrire ben sapendo di non esibirsi la metà di quel che si vale. Il tuttologo Stankovic, nel senso che dove lo mette (Mancini) lui sta, si è votato a una stagione di profilo non eccelso, nel senso personale, pur di non tradire la causa e il "suo" allenatore, per il quale è disposto a dare tutto, anche di più. Sacrifici dei quali essere fiero e che gli vanno riconosciuti: simbolicamente, è l'uomo che ha siglato la prima rete di stagione dell'Inter (Inter-Udinese 1-1), e conta anche il punto di partenza, quando si taglia il traguardo. Roma,piantala di piangereFrancamente non se ne può più! Il venticello romano del sospetto si è trasformato in un uragano di insulti e piagnistei. Parte della stampa della capitale, la tifoseria, alcuni giocatori, il capitano Totti per primo, si stanno crogiolando in una melassa di vittimismo insopportabile. La Roma ha espresso il miglior gioco di questo campionato, è un patrimonio meraviglioso del nostro calcio, è una squadra forte e simpatica: mi domando perché proprio i romani la vogliano distruggere. Continuo a sentire di favori all'Inter, del rigore dubbio dato domenica a Materazzi (ce n'era uno sacrosanto poco prima e uno enorme non fischiato a Mexes a favore dell'Atalanta: e allora?), Totti in testa continua a ripetere che "vogliono far vincere lo scudetto all'Inter" e l'ultima meravigliosa trovata è che il Parma ha esonerato Cuper per autodestabilizzare l'ambiente, perdere e fare un favore all'Inter (che poi ricambierà dando giocatori utili alla causa della serie B). Siamo alla follia! Sparare sull'Inter è uno sport nazionale al quale spesso abbiamo partecipato. Non per cattiveria o prevenzione ma perché l'Inter si mette spesso nelle condizioni ideali di farsi massacrare dalla critica e dai propri tifosi. Ma se l'Inter vincerà questo scudetto sarà uno scudetto meritato e non certo rubato. Questo dev'essere chiaro a tutti. In un certo momento del suo cammino ha avuto qualche episodio arbitrale a favore ma ne ha avuti anche contro e comunque non è certo questo il tipo di campionato che si possa considerare macchiato da queste cose. La Roma merita lo scudetto esattamente come l'Inter. Ha giocato meglio dei nerazzurri nella seconda parte del campionato (nella prima la squdra di Mancini era uno spettacolo) e ha raccolto quello che ha meritato anche con un po' di fortuna (la Samp, 2 settimane fa, avrebbe dovuto chiudere il primo tempo in vantaggio almeno di 2 gol). Insomma, chi vincerà domenica avrà meritato il titolo di campione. Che i tifosi della Roma non vadano a Catania dispiace ma la presenza di 1000 persone che sostengono la squadra non cambierà i destini della partita. Quella dell'Osservatorio è una decisione presa sulla base dei precedenti, probabilmente sbagliata, ma dettata da precise considerazioni e non dalla voglia di penalizzare la Roma ed i suoi tifosi. Piangersi addosso in continuazione non rende merito a tutto quello che la squadra ha fatto sul campo. Crearsi gli alibi preventivi è sintomo di inferiorità e paura dell'avversario. Buttare tutto questo veleno sulla coda di uno dei campionati più regolari che si ricordi è ridicolo e dannoso. Gli interisti domenica hanno fischiato la loro squadra e l'hanno contestata dimostrando di non fare sconti a nessuno. Molti di loro hanno addirittura affermato che, per il gioco espresso, non meritano lo scudetto. Questa è una reazione virile alle avversità della vita, gli urletti del tipo "mamma, mi hanno rubato la mia marmellata" fanno veramente ridere. May 12 Eroe o nulla?? E’ solamente ieri, al 34’ del secondo tempo, nel momento in cui si faceva parare il rigore da Alexander Manninger, che Marco Materazzi è ritornato per davvero sulla terra, uomo come noi, con le sue colpe e le sue responsabilità. Fino a un attimo prima era ancora lo splendido finalista di Berlino, sospeso in aria a incornare il gol del pareggio nella porta della Francia. Per una stagione intera è rimasto in cielo: l’eroe di tutti, quello che ha fatto perdere la testa a Zidane, celebrato nei libri e negli spot; l’ex cattivo addomesticato dalla gloria.
BRAVEHEART - Stagione impeccabile quella 2006-07: livello di rendimento altissimo, nervi saldi perfino nella rissa di Valencia, gol di una bellezza assurda, in rovesciata, gol da urlo nel derby e soprattutto il rigore-scudetto a Siena. Il sigillo voluto dal popolo che ha eletto Matrix a suo Braveheart: i tatuaggi, il tackle duro, il coraggio di cantarle a Milan e Juve. «Tutti pazzi per Materazzi!». Materazzi è entrato così tanto nella parte da presentarsi in smoking bianco alla festa-scudetto di un anno fa, diverso dai compagni. Unico. Fabio Grosso e altri non gradirono. Marco prese il microfono e arringò la curva, come neppure Zanetti, il capitano. A chi oggi lo indica come il Gran Colpevole, Matrix potrebbe dire come Jessica Rabbit: "Voi mi avete disegnato così". Voi avete creato l’eroe senza paura, al di sopra di tutto e tutti. Ieri Marco Materazzi, il carnefice di Zizou, il campione del mondo, l’ultimo uomo-scudetto, ha recitato semplicemente la sua parte. Voleva (doveva) essere ancora una volta l’uomo del trionfo. Il grande protagonista.
TIMES - Perciò, sul 2-2, Matrix si lancia all’attacco, come un guerriero scozzese, anche perché tormentato da un sospetto: il Siena si è arrabbiato fino a pareggiare dopo il suo fallaccio su Locatelli, uno di quei falli che gli hanno procurato un posto tra i 50 difensori più cattivi della storia scelti dal Times. Forse. Nel dubbio, Matrix vuole farsi perdonare. Si avventa in area. Con foga esagerata, tanto da ritrovarsi in fuorigioco e intercettare un tiro a colpo sicuro di Cruz. Mancini smoccola: "Cosa ci fai lì?". Manco lo sente, Matrix. Cerca un gol anche per sbatterlo in faccia al suo mister, che lo ha tenuto spesso in panca. Lui, il campione del mondo, il capopopolo. Lesa maestà. Matrix si rilancia all’attacco, guadagna il rigore che può valere lo scudetto e va dritto su Kharja che ha il pallone in mano, scansando Cruz, legittimo pretendente al tiro. In quel momento, mentre Maicon cerca di calmare il mite Cruz, che segna tanto ma non sarà mai un capopopolo, mentre Zanetti passeggia con colpevole imbarazzo, Mancini avrebbe tutto il tempo per dire ciò che dirà alla fine: «Il primo rigorista è Cruz». Non lo fa perché in verità si fida di un giocatore così determinato, che non ha tremato neppure quando ha calciato un rigore nella finale mondiale. E probabilmente non c’è un solo interista a San Siro che dica: "No, lui no". Anzi, il popolo spinge Braveheart sul dischetto, vuole che sia ancora lui l’eroe, come un anno fa, ancora col Siena. Poi magari Matrix riprenderà in mano il microfono e sarà festa.
BERLINO - Invece Manninger para. Mancini urla, accusa: ma farlo ora è tardi e poco elegante. Moratti sillaba: "Materazzi ci ha fatto perdere la partita". Il popolo non riconosce più l’eroe, solo il rigorista colpevole, l’egoista arrogante. Il gallo canta tre volte. Materazzi scende dal cielo di Berlino, torna uomo sulla terra. Ma un uomo che si è sempre preso le sue responsabilità. Alcuni ultras lo attendono fuori, mentre lui nello stanzino dell’antidoping cerca di fare un’umanissima pipì. "Bravo...", gli dicono con scherno. E tutti i pazzi per Materazzi? Spariti. Così va il mondo. Se Mancini gliene darà l’occasione, domenica Matrix attaccherà Cuper, l’uomo del 5 maggio, alla ricerca del gol della redenzione. Vedrete. Non ha scelta, lo hanno disegnato così: o eroe o nulla. May 04 La lezione nel derbyLetti i numeri, è la peggior domenica possibile dell'interista medio: 1) ha perso il derby, e con ampio merito, mostrando quei limiti che da gennaio accompagnano la corsa, ansimante, dei manciniani; 2) ha spalancato al Milan le porte della Champions League, seppure coi preliminari, ed è questo che indicava la rotta rossonera; 3) ha saputo della Roma, capace di suonarne tre alla Sampdoria a Marassi; 4) fa la conta della festa-scudetto, ci sono tre punti con due gare da disputare, e con Inter-Siena alle porte basta vincere, domenica prossima a San Siro, per celebrare lo scudetto numero sedici. Basta vincere, e non sarà nemmeno un'impresa visto che i senesi (1-0 sulla Juventus) sono già ampiamente salvi. Ma non basterà comunque per cancellare quelle ombre di malessere e di inquietudine che da Liverpool-Inter del 19 febbraio in poi, e sono trascorsi due mesi e mezzo, scortano il gruppo, gara dopo gara. Gli affanni, le sconfitte con Napoli, Juventus e anche Milan, la brusca cacciata dalla Champions League, quegli strani e ripetuti cigolii della squadra, incapace di essere appieno se stessa. A un certo momento è arrivata la fresca, esuberante gioventù di Balotelli, e molto è servita. Ma oltre il limite-Balotelli, l'Inter continua a non esserci: come ci aspettava, come dovrebbe essere, come sarebbe senza questa crisi. Che è fisica? E' forse mentale? O c'è dell'altro? Lo scudetto arriverà, una soluzione diversa appartiene al capitolo del (quasi) impossibile. La casualità degli impegni ci rimanda al 22 aprile 2007, si giocavano Siena-Inter e Atalanta-Roma, vittoria narazzurra in Toscana, sconfitta giallorossa, e festa-scudetto. Domenica sarà Inter-Siena e Roma-Atalanta, per l'Inter fare tre punti significa celebrare il tricolore, stesse scene di un anno fa. Questo sarà, dovrebbe essere, l'epilogo. Oltre il quale rimandiano alla "lezione" che va maturando, per dire che quest'Inter non può prescindere da due elementi. Uno si chiama Ibrahimovic, i malanni e le assenze del campione svedese eccome se contano; l'altro di chiama mercato, nel senso che Moratti e Mancini (o chi per lui) dovrranno provvedere. L'Inter così com'è fra una stagione in Europa farà ancora piagnucolare. E in campionato chissà. |
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