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日志


4月28日

Mancio, uno di noi!!

Roberto Mancini può essere simpatico o antipatico. Scorbutico o accattivante. Dipende dai punti di vista. Ciò che conta è che è diventato un ottimo allenatore, uno dei migliori. Che lo scudetto prossimo venturo porta in calce prima di tutto la sua firma. Che lui e solo lui merita di continuare a guidare l’Inter, alla quale ha cambiato i connotati, trasformandola finalmente in una squadra vera. Sommesso consiglio a Massimo Moratti, per il poco che vale questa opinione e fermo restando che il presidente non ha bisogno di consigli: altro che Mourinho. Con tutto il rispetto per il portoghese più pagato al mondo (dopo Cristiano Ronaldo), fra lui e Mancini non c’è corsa. Nel senso che stravince Mancini senza per questo sminuire il valore assoluto di Josè. Ma questo è un altro discorso.
C’è un’evoluzione evidente, una metamorfosi tecnica, un’impronta marcata nell’Inter che il tecnico marchigiano si prepara a consegnare alla storia del nostro calcio quale campione d’Italia per la sedicesima volta. Nessuno misconosce gli errori e le delusioni, soprattutto europee, al passivo di dell’allenatore. Ma soltanto chi non fa non sbaglia e, certamente, il primo a dolersi delle magre rimediate in Champions è proprio l’ex ragazzo prodigio del nostro football. Anche per questo motivo, Mancini ha il diritto di rigiocarsela in Europa. Non foss’altro perchè sia proprio lui il primo ad infrangere un tabù che resiste da quarantatrè anni.
Rispetto al passato, quest’Inter ha molto più carattere. E’ molto più cinica. Non fa sconti a nessuno. Vince le partite decisive che una volta regolarmente perdeva. Ha smesso di essere l’opera incompiuta di un gruppo di certificati campioni. E la trasformazione va ascritta a chi la guida, mitridatizzato a tal punto da bonificare un ambiente un tempo avvelenato da gelosie e rancori, invidie e individualismi.
Il bello di quest’Inter è chi ci sta, bene e chi non ci sta, sta fuori. Il buono di quest’Inter è che comanda Mancini, decide Mancini, guida Mancini. Da Adriano a Ibrahimovic passando per Vieira e Figo, a uno a uno l’allenatore non ha avuto paura di scottarsi le mani, con la differenza che lui ha l’amianto sui polpastrelli. Per non parlare delle intuizioni tattiche (la duttilità di Chivu, la consacrazione di Cambiasso, il prpeotente ritorno di Cruz) e delle scoperte che valgono un capitale (Balotelli). Mourinho può attendere.

Julio cruz e le cento perle

Julio Cruz non si ferma, non vuole fermarsi, anche se il traguardo che ha raggiunto contro il Cagliari è di quelli importanti. Cento gol in Italia, cento gioie regalate in piccola parte ai tifosi del Bologna (le sue prime 30 reti nel nostro Paese le ha realizzate con indosso la maglia rossoblu) e in gran numero a quelli nerazzurri (le altre 70 sono di matrice interista). Non chiedetegli però quale fra questi è il gol più importante. Il "Jardinero" risponde come probabilmente farebbero molti attaccanti di razza: "La rete più importante spero sia la prossima, che vorrei segnare domenica".

Certo, anche perché un centro nel derby potrebbe valere tantissimo. E' la stracittadina, d'accordo, ma questa volta mette in palio molto di più del semplice predominio sulla Milano calcistica. Se l'Inter uscirà dalla sfida col Milan con i 3 punti in tasca avrà la matematica certezza di aver vinto lo scudetto, anche se la Roma dovesse battere la Sampdoria a Genova (il vantaggio resterebbe in questo caso di 6 punti a due giornate dal termine, ma gli scontri diretti premierebbero comunque i nerazzurri in caso di arrivo alla pari). Cruz lo sa bene e si prenota per un gol che può valere la stagione.
 
Intanto, in attesa di una gioia ancora maggiore, l'argentino si gode il momento di gloria. "Fa solo piacere, perché non è facile affermarsi nel calcio italiano. Questo è il campionato più bello e affascinante che ci sia". Il centesimo gol è arrivato un po' così, di testa, ma non solo..."Ho sentito di aver preso la palla, ma non ho capito bene con che cosa. Poi rivedendomi ho capito di averla colpita anche con la spalla. L'unica cosa davvero importante però era vincere e avvicinarci allo scudetto. Ora mancano solo tre partite". 

Già. E la prima è proprio quella col Milan. "Sì, adesso ci aspetta il derby e tutti sappiamo cosa significa". Un derby da vincere, come tutti gli altri. Se poi dovesse arrivare anche qualcosa di più...Cruz dunque ha una missione: contro il Milan cercherà "il gol più importante". Il più bello invece, a suo dire, l'ha già realizzato e contro un avversario castigato più volte, anche da giocatore del Feyenord. "E' il primo che ho segnato da interista alla Juve, su punizione (stagione 2003-2004 ndr). Era una partita molto sentita da parte nostra, se ne parlava tanto, siamo andati lì a vincere con grande autorità".
4月21日

Non molliamo ora...forza ragazzi!!

L'Inter di quest'anno non batterà alcun record, non passerà alla storia per prestazioni straordinarie, non consegnerà alle cronache partite da ricordare per sempre. Nel diario di questo campionato il Nota Bene con la matita rossa c'è forse sulla pagina dell'andata contro la Roma (vittoria per 4-1), potrebbe esserci il derby d'andata nonostante il regalone di Dida

Per il resto è stata una stagione che ha riportato l'Inter sulla terra. Proprio per questo lo scudetto che in nerazzurri si ricuciranno sul petto va considerato meritato. I motivi sono tanti. Fin dall'inizio sui nerazzurri si è abbattuta un'ondata di antinterismo, che si è sublimata in occasione di qualche errore arbitrale a metà stagione. Antinterismo che poi non si è sciolto quando la squadra nerazzurra è stata invece frenata da qualche svista contraria (da ricordare il gol in fuorigioco dello juventino Camoranesi e un paio di altri momenti analoghi). Poi ci sono stati gli infortuni. A forza di dire che l'Inter ha una rosa infinita, Mancini si è visto sfuggire di mano una serie di giocatori che avrebbero messo in ginocchio qualunque altra squadra. Poi è stato necessario gestire il contraccolpo psicologico di un'eliminazione dalla Champions League che ha provocato dani quasi irreparabili.

Lo scudetto non è aritmetico, ma considerando che l'Inter può permettersi di vincere due partite e di perdere le altre due, solo una rivoluzione potrebbe cambiare le carte in tavola. E alla fine sarà comunque uno scudetto meritato, perché vinto non solo contro gli avversari, ma anche contro una serie di fattori esterni da non trascurare. E la partita di Torino è stata abbastanza rappresentativa di tutto ciò.

Il Torino si è presentato motivatissimo dal cambio di allenatore, ha disputato una prima parte di gara straordinaria rispetto agli standard dell'era Novellino, ha messo in campo un Rosina motivatissimo. Tutti fattori esterni che non potevano certo dipendere dalla volontà dei nerazzurri. Eppure l'Inter è riuscita a gestire la partita con calma, rinunciando ai bollenti spiriti di Balotelli, accontentandosi di sfruttare i pochi errori avversari. Ha sprecato poco, come è avvenuto in tutta la stagione. Non ha dato spettacolo, ma anche questa èuna costante stagionale. In fondo l'Inter ha fatto l'esatto contrario della Roma, che di spettacolo ne ha dato ma le occasioni poi le ha sprecate. E poi l'ha detto anche Mancini, a vincere di misura c'è più gusto.